VARIAZIONI DI UN UNICO TEMA OVVERO IL GIARDINO INCANTATO DELLA SANDRA,

SIGNORA DEL PASTELLO


Interrvista di Myriam Polacco a Sandra Tenconi
 
 

1. Pittrice Tenconi, lei si è formata al Liceo Artistico delle Orsoline Milano prima e poi all'Accademia di Brera, sotto la guida di Carpi e di Cantatore. Dal '56 lei partecipa attivamente al clima artistico milanese della Nuova Figurazione, stringendo amicizia con Plescan, Basaglia, Cazzaniga. Ma dei bravi purtroppo scomparsi pittori Vaglieri, Romagnoni e Ceretti quali ricordi ha di questa comunanza di esperienze? 
 
Lei accenna a Vaglieri, Romagnoni, Ceretti e quindi, inevitabilmente all'area della Nuova Figurazione Lombarda: più di uno studioso avvicina il mio lavoro (soprattutto agli esordi) a questa corrente, quasi come una specie di formula. Devo confessare - e un'intervista è sempre, in realtà una messa a nudo - che inconsapevolmente sono andata sempre un po' controcorrente. Credo di non essere un'eccezione dichiarando il mio disagio nell'analizzare le mie opere e ancor più nel collocarle in un filone così preciso.
Il clima della Nuova Figurazione mi è stato certamente salutare, "humus" comune a tutti gli artisti che muovevano i primi passi negli anni '60. Il ricordo - ormai diventato nostalgia - dell'Accademia di quegli anni (più bottega che luogo di contestazione) spiega l'aspirazione a captare qualunque segnale che venisse dai "grandi" e avvertire l'atmosfera di fermenti, non circoscritti certamente all'area lombarda.
I miei compagni di strada, in quel tempo, e amici veri, sono stati come lei dice Pietro e Dimitri Plescan, Cazzaniga, Basaglia, Rosella Gherardelli, Cottini, Faini, Dragoni, Forgioli, Xerra, ma ancora Boriani, Colombo, Varisco, Mariani e Balderi, Azuma, Roth, Axerio ... e qui cederei al sentimento, ricordando i "caprini", le cotolette trasparenti e l' "acqua di Milano" delle Sorelle Pirovini, che erano una cosa sola col nostro stare insieme; e mi creda, senza la pretesa, almeno da parte mia, di rivoluzionare l'Arte. Io ascoltavo, magari trattata un po’ da bambina piccola e un po' troppo per bene; ma mi sentivo una di loro, e le nostre scorribande nella pianura padana, a bordo di orrende macchine stracariche di tele, sacrificando le domeniche per non perdere nessuna estemporanea, sono tra i ricordi più vivi.
 
2. Ora che è immersa nel silenzio della sua vecchia casa nel cuore di Pavia, dove dal suo studio può vedere le torri e sentire e vedere le rondini e i pipistrelli, non rimpiange Milano? Prima di approdare al tema del paesaggio, che da anni lei indaga con puntigliosa amorevole attenzione, lei ha lavorato lasciandoci opere a soggetto suburbano londinese e, ancora prima della periferia milanese.
Che ricorda di quel periodo? 
 
Così, vede, rispondo senza sforzo alla sua domanda "non rimpiange Milano?". Rimpiango (ma non è la vita che ci dà e toglie qualcosa?) di non poter stare più a lungo con gli amici che parlano la mia stessa lingua; ma forse, questo rapporto ormai un po' formale con loro mi mette al riparo dallo scoprire che, inevitabilmente, siamo tutti un po’ cambiati.
Qui, ancora una volta, mette il dito nella piaga: parla di periferia milanese, di suburbio londinese. Della prima (ormai è storia o storia dell'arte) il ricordo è ancora una volta legato alla mia cerchia: i nostri "neri" erano disegni forse un po’ di corrente che venivano magari da Vespignani o da Buffet; ci spingevano a indagare nelle vecchie vie, emozionati dai muri pericolanti delle macerie, oppure da quelle lande desolate diventate adesso l'hinterland.
E di Londra? La sensazione era di una grande libertà, quasi che casa nostra ci stesse un po' stretta. Il mondo cosmopolita della metropoli inglese mi dava ossigeno e girare con la mia cartella nel grigiore dei docks, dava corda al mio temperamento di girovaga, assetata di esperienze nuove. Ma quell'atmosfera, come il fascino della campagna inglese, credo mi siano rimasti dentro come bagaglio di emozioni.
 
3. I fiori che lei indaga con tenacia, testardaggine lombarda - dice bene Mino Milani - osserva come se avesse una sua privatissima lente magica, sono quelli che lei ama cercare in Valcuvia e a Bosco Valtravaglia?
 
Ammetto di avere una predilezione per certi fiori: molti ne hanno parlato riconducendo la scelta del soggetto al giardino della mia infanzia - e il leit-motiv della mostra ai Musei Civici di Varese era proprio quello - e parlerei piuttosto di una tenacia amorevole nel riportarli sul foglio o sulla tela. Mi ritrovo commossa davanti alla forma-colore di una zucca o di un'ortensia, sbalordita dalla massa di colore di un'orgia di azalee che a Bosco Valtravaglia si inoltra fra i faggi e i castagni, ma soprattutto infaticabile a indagare tra le curve e gli anfratti nodosi dei carpini secolari che compongono i meravigliosi intrichi del roccolo. Così, dal 1958 in poi, sono nati i miei disegni "inquietanti", prima a Conté, poi a matita e poi ancora a carbone. Sono lavori forse fuori dal tempo, ma che sento tra le mie cose più sincere.
 
4. Insisto, ma so che è un bene per noi tutti capire se queste forre, le bordure fiorite dei cigli, le sassifraghe, le glicene, gli iris, le clematis, sono per lei entità più reali. Forse perché trattengono e ripagano più durevolmente l'attenzione che dedica loro?
 
In realtà si tratta proprio dell'urgenza di trattenerle dentro di me, cercando di fermare con il mezzo a mia disposizione, l'emozione. A volte è un'operazione quasi dolorosa. Sebastiano Grasso esordiva nel pezzo per la mostra alla Galleria Bergamini: "aggredire la natura"; finalmente, all'età in cui si riesce più lucidamente ad analizzare la propria vita e il proprio comportamento, mi sono resa conto della mia tendenza ad aggredire proprio ciò che più amo. E, nonostante tutto, questo amore è ripagato.
 
5. Dante Isella in sua bella lettera del marzo 1984 in occasione della Mostra che lei ebbe nelle Sale del Museo Civico di Villa Mirabello a Varese, salutava questo evento ponendo in risalto come per lei il rapporto con la pittura sia una necessità, non "una formula fissa, ma una continua tensione d'indagine delle nostre stesse radici". Cosa ha da aggiungere? 
 
Credo che dopo tanti anni di lavoro, svolto in alcuni momenti della vita in condizioni davvero difficili, possa dire di non potere assolutamente fame a meno. "Il trasalimento e la scoperta" e ancora la gioia e l'entusiasmo di "riscrivere (in un certo senso) sempre la stessa opera" ti aiutano ad andare avanti e ti accorgi che può sempre "giungere qualcosa di nuovo ..." che "è affascinante che accada ... e grazie al cielo accade".
 
6. Mi parli delle emozioni suscitate in lei e quindi poi nel suo lavoro dalla Provenza vista in diverse stagioni, viaggi che hanno prodotto quel ciclo ricco di opere presentate nel 1991 alla Galleria S. Carlo di Milano ...
 
Il ciclo della Provenza è stato proprio quel "qualcosa di nuovo" di cui diceva Sutherland: un piccolo miracolo, dopo un periodo buio. Ancora una confessione: una mostra penetrante dell'amico Forgioli, una fugace impressione di un maggio denso di gialli, di rossi e di verdi di una terra mediterranea, complice una carta intrigante per la sua dolce rudezza (ma sappiamo di opere nate dalla scoperta di un mezzo inusuale): questo strano miscuglio ha prodotto circa 90 pastelli che aspettavano solamente, nella loro semplicità, una mano che li posasse con furore sul foglio.
Forse chi li ha letti, prima con un po' di perplessità, poi con più attenzione e amore, ha inconsapevolmente avvertito una scossa. E questa sensazione è stata la grande gioia che mi ha procurato la mostra alla Galleria San Carlo.
 
7. Il pastello, ove lei eccelle, dopo anni di sapiente impiego, lei mi dice risponde alla mia urgenza, al mio bisogno d'immediatezza, forse perché è tenero e si piega ma afferra anche ... Cosa? 
 
L' espressione "la signora del pastello", un po’ da salotto, mi sembra in qualche modo riduttiva. È vero però che, come il disegno, questo mezzo cosi primordiale (terre + pigmenti colorati) è stato protagonista, dagli anni '60 in poi, del mio "fare pittura". Stesure larghe e piatte degli anni dell'Accademia, più avanti il segno a tratti fittissimi come una trama quasi di arazzo, e ancora verso gli anni '80 le masse dense dei lavori a grandi dimensioni dove il colore a più sovrapposizioni diventa materia e quasi grumo. Nel 1990 il ciclo della Provenza e oggi quello dell'Oltrepo, dove ancora una volta il pastello si piega alle mie esigenze "di scrittura" veloce e fluida, al passo col mio sentire, carico di emozioni di colore, forme, spazi vuoti e pieni .. La materia cretosa allora si distende in superfici che, nell'immediatezza, mi consentono più invenzione e un certo "andare a ruota libera". Di qui - ma tutto succede a mia insaputa -  il taglio più "astratto" degli ultimi lavori e anche una tavolozza allargata ai rossi violenti, ai gialli diventati più luminosi, ai viola bluastri giocati come ombra.
E a proposito di "ombra", mi conceda di riportare le parole di Maria Antonietta Grignani, tra le più tenere e appaganti che siano state scritte sul mio lavoro: ... "C'è il mistero della luce neonata e gualcita dall'ombra, ma il mistero è festoso, l'ombra una ricchezza" ...
 
8. In un bel testo pubblicato su Arte nel novembre 1987 curato da Enzo Fabiani lo stesso poneva questa domanda, che oggi vorrei con una risposta più ampia: quale è stata, se c'è stata, la difficoltà maggiore nel raggiungere il suo ideale pittorico?
 
Chiedere ad un pittore delle difficoltà (superate?) per approdare ad un punto che lo appaghi, è davvero molto pericoloso - se il percorso non fosse accidentato e lo accompagnasse la sicurezza di essere sempre nel giusto, credo che lo potremmo considerare una specie di ultraterrestre. E quanto all'ideale pittorico, è abbastanza relativo: può mutare nel corso del tuo tragitto, anche forse compenetrandosi con la tua storia; l'unico elemento che sostanzialmente non cambia o comunque non si lascia scalfire è, per me, l'adesione alla natura "che possiede tutto ... e ti lascia inventare più in là".
 
9. C'e una presenza, un incontro, con un artista europeo che amò molto l'Italia, il quale credo abbia lasciato un segno nella sua vita, Tenconi. Mi riferisco al suo incontro con il Maestro Graham Sutherland.
Vuole dirmi che dialogo, quale riscontro e ascolto nacque fra voi? 
 
Nel panorama della pittura di questi ultimi decenni, dal mio osservatorio, per temperamento rivolto di preferenza al mondo naturalistico, sono abbastanza rari i pittori che umilmente, ma con devozione e amore, guardano alla natura; l'immersione miracolosa di Sutherland, che fino alla fine della vita non ha rinunciato a girovagare per boschi e lande, estuari o campagne sperdute, cogliendo con pochi tratti magici una forma inquieta, la curva di un colle, il disegno angoloso di un insetto, mi è stata di esempio e di stimolo: una tacita conferma al mio anacronistico spostarmi col cavalletto nei luoghi amati, insistendo a disegnare; una specie di ideale sodalizio.
Ma la lezione più incisiva che mi è venuta dall'incontro personale con Sutherland è stata quella di un uomo che si pone con estrema modestia, quasi con ritrosia, davanti alla sua pittura. Il suo sguardo, parlandoti, lasciava trasparire considerazione e rispetto per il tuo lavoro, dandoti la sensazione di essere, a dispetto del suo genio, della sua stessa specie.
 
10. Posso chiederle se è nuovamente tentata dalla figura e, in particolare dal motivo dell'autoritratto che nel passato le è stato stimolo e ricerca?
 
Una mostra personale, sappiamo, è un porgere agli altri, con trepidazione, un pezzo di te. Questi ultimi lavori non mi sono stati facili: ho ripreso la tecnica dell'acrilico, che man mano si è irrobustito nella materia; i colori sono quasi puri, con la costante di tagli compostivi consueti (diagonali che tagliano la tela, un'impaginazione di paesaggio quasi "a volo d'uccello") ... All'ultimo, con il partecipe suggerimento di Roberto Tassi, che presenta la mia mostra, ho inserito 31 autoritratti del '91 - disegni a carbone e matita - esponendo, dopo molti anni, la figura, accanto ai paesaggi.
Forse da questi volti non gradevoli, una Tenconi dalle tante sfaccettature, esce un po’ il mio modo di essere e il mio rapporto con il mondo e con la vita.
 
11. Un ultimo quesito: in che misura l'attenzione riservata al suo lavoro da poeti quali Vittorio Sereni, Enzo Fabiani e scrittori come Piero Chiara e Dante Isella, hanno stimolato il suo iter pittorico? 
 
Nel 1979, presentandomi a Varese con una mostra dedicata alla cartella di 4 litografie "Ombra verde ombra" per la poesia "Giardini" dicevo: "ho trovato nei versi di Sereni una chiave di lettura possibile ai miei quadri e ho provato, a mia volta, a costruire una chiave di lettura per la poesia". Attraverso gli studi preparatori, la lastra fitta di segni, infine i quattro fogli, coerenti nei soggetti ai versi del poeta, si scopriva il richiamo al mondo misterioso dei giardini lombardi: i bersò antichi, le strutture in ferro delle serre, l'abbandono coloristico fatto di fiori stinti, di ortensie, di rose, sottolineavano la conterraneità con il poeta luinese.
Con Fabiani credo ci sia più che altro un'assonanza di temperamento; quel tanto di violenza, a volte repressa, a volte gridata che ritrova nella mia pittura "turbolenta e aggrovigliata" e che, mi auguro (ha citato per me Dylan Thomas) potrebbe rivelare "la forza che attraverso la miccia verde fa esplodere il fiore". Un caso a parte sono le figure di Piero Chiara e Dante Isella, ai quali mi lega, o mi legava un'amicizia di lunga data (mi hanno visto entrambi coi treccini e i vestiti di organza).  A loro sono profondamente riconoscente, perché fin dagli esordi, hanno con fiducia e benevolenza creduto nella mia vocazione. Isella ha presentato la mia prima timida personale a Varese, nel '60, dall'alto della sua fama di letterato e saggista; Chiara mi ha seguito con il suo apparentemente scanzonato entusiasmo in tutta la mia carriera, presentandomi nel 1984 alla mostra "Artisti e Scrittori" alla Besana, tra i cinque artisti che gli stavano più a cuore.
E a questo punto, mi deve credere, potrei continuare ricordando altri nomi: alcuni importanti, ma anche e soprattutto, nomi di persone, comuni, incontrate nella mia vita; a molti spesso ripenso, con riconoscenza. Da loro, anche una sola parola mi è stata preziosa.
 
Bellagio - Pavia agosto 1994