Mi guarda con quegli occhi grigi, assorti e, lo vedo, da sempre capaci di stupore, e mormora che no, non è tanto facile essere pittrice; c'e una certa attitudine del pubblico, anche di quelli che se ne intendono: pregiudizi?, nemmeno, e certo non ostilità: se mai, forse, troppa condiscendenza, cordialità che prende il posto della critica. Non è una posizione femminista, niente affatto: femminile, soltanto. Poi si stringe brevemente nelle spalle e increspa le labbra in un mezzo sorriso. Queste cose in fondo mi importano poco, chissà; quello che conta è lavorare, e scocca un'occhiata al pastello che sta rifinendo. 
[...] Cercare in solitudine, come lavora; e le si accendono gli occhi, mentre parla di quella casa, in Valcuvia, nascosta in quello che era un roccolo, e lassù dipingere e disegnare è bellissimo: e la felicità della solitudine e del lavoro, quando s'è perso il conto delle ore, la nozione del tempo. 
Questo mi pare che non smetta di cercare, di farsi in qualche modo padrona del tempo, che traduce in ore quotidiane di lavoro disciplinato; un cedimento alla sregolatezza, alla scapigliatura, chissà, a qualche atteggiamento romantico, potrebbe sembrarle mancanza di rispetto al lavoro - che è tutto, o gran parte del tutto, e che tiene acceso quel fervore che la anima, la inquieta, le prospetta nuovi quadri da dipingere. Mille?, chiedo; oh sì, mille, non importa, purché possa dipingerne. 
La spolverina che indossa, ammesso che sia una spolverina e non un semplice grembiule, la rende ancora più minuta: non certo fragile. Le guardo le mani (gli occhi del chirurgo, la fronte del soldato, la bocca del contadino, le mani del pittore: quanta forza potevano esprimere, forza di nervi e di muscoli, mi sono talvolta chiesto, Giotto o Michelangelo, per esempio, con quelle mani indurite dal lavoro?), e Sandra Tenconi ha mani forti, dita forti, vene rilevate quasi da uomo; e del resto non trovo fragilità in lei (se non, immagino, oltre una certa segreta frontiera); trovo invece tenacia, quella bella testardaggine lombarda che proprio nei lombardi va spegnendosi, volontà di essere se stessa, e giudicata per quanto fa. Se vada cercando fiori di un giardino perduto, non so, non credo; quei fiori, ortensie rose ed altro, Sandra Tenconi non li ha mai in realtà perduti, o li avrebbe ritrovati facilmente - come tutto quanto spetta all'anima. [ ... ]

Mino Milani, 1987 

 

Nell’andirivieni tra natura e paesaggio, corposità e impalpabilità del pastello si intrecciano per fermare sulla carta esperienze di viaggio - la straordinaria serie dedicata alla Provenza - e territori di consueta frequentazione - le colline dell’Oltrepò, il Monte San Martino -, catturati con un segno fluido e scattante in grado di tradurre l'immediatezza del sentire. Tale mirabile incontro di analisi e sintesi, che non può non far pensare a Cézanne e ai suoi tanti “ritratti” della montagna Sainte-Victoire, unito alla peculiarità di una visione nuova, fatta di ricognizioni ampie, a volo d’uccello, e di improvvise accelerazioni sui dettagli seducenti delle forme vegetali, definisce una eccezionale maniera di ri-conoscersi nel rapporto intimo con il paesaggio, in grado di comunicare il senso di un continuo mutamento e l’incanto nei confronti della natura.

La curiosità dello sguardo tradotta dalla rapidità del gesto va così a definire il senso di un percorso fondato sul segno, che nei grovigli dei tronchi, nelle pieghe carnose delle ortensie, nelle visioni ascendenti dei paesaggi coglie la semplicità intrigante della natura e al tempo stesso la sua complessità, divenendo corrispondenza autobiografica. L’indagine sulla figura, sviluppata in modo più manifesto negli anni della formazione e proseguita attraverso una sorta di sotterraneo rispecchiamento nel mondo vegetale, riemerge con forza nei tanti autoritratti realizzati nel corso del tempo, e specialmente nella sorprendente serie realizzata nel 1991: percorsi da linee di matita intricate e impietose, questi fogli comunicano qualcosa di antico e universale insieme, guardano a Rembrandt e a Goya, rievocando al tempo stesso il travaglio interiore di Schiele e Kokoschka, testimoniando un’instancabile ricerca analitica del sé e della molteplicità degli sguardi su di sé.

Francesca Porreca, Sandra Tenconi, autobiografia del segno, 2013

 

Non sono colori di Lombardia. Né il color di perla di una tradizione di immacolata tersità e neppure quelli torbidi sfatti - e pur sempre "veri" - che su altro versante vengono su su fino a Morlotti. Ancor più sorprendente che neppure ad altre tradizioni italiane, diverse dalle lombarde, si possono, mi sembra, avvicinare i colori di Sandra Tenconi. Bisogna, credo, dalla Lombardia risalire  le valli e attraversare l'Europa verso nord, sempre più a nord, fino all'alto mare. Ed eccola la falaise, come in sogno: è appena spiovuto, il gran vento si è trascinato via la nuvolaglia, l'erba è di quel verde profondo e un po' violento che sempre abbaglia chi viene dal sud. In una fenditura di quell'immenso prato, protetta come in un grembo, la sassifraga ancora bagnata, ancora un po' paurosa per la furia del temporale, risplende e il suo colore gareggia coi riflessi del mare, sotto a strapiombo. Oppure è un'alba senza luce, soffocata dal livido e dal plumbeo, le erbe e le terre si confondono in un opaco marrone con qualche strinatura di giallo, ma nella buca, spaccata di sassi, un fiore, chissà quale, un po' vizzo e intristito sopravvive e cerca di luccicare tra i brividi del freddo. Ecco così le opere di Sandra Tenconi si trasformano per me, a tralasciare i riferimenti pittorici, in sequenze di un film di Sjöberg, di Dreyer, di Flaherty, perfino di Losey, quando la macchina da presa si allontana dalla storia degli uomini e indugia incantata su un microcosmo minerale e vegetale, come a dire che lì sta la suprema misura del tutto.

Marzio Porro, Una storia naturale, 1987   

 

Margini del colore.

Grovigli di tronchi, rami, sterpi, licheni, che si assottigliano, (ma da quali colline, fossati, muraglie sradicati) verso un capillare verde: che li illude al di là del bianco sterile del foglio.

I colori si riversano, liberi, sfumati, forse spontanei nell'indifeso perimetro della desolazione, ma non ristorano la secchezza perenne degli steli e dei fiori. I verdi, i lilla, gli azzurri si dilatano verso una naturale infinita spazialità, appendono i rettangoli delle cornici agli orizzonti: ma non cancellano quella nera trama incisa, che sembra contorcersi nello spasimo e nell'attesa.

È qui che il colore si arresta, e si interroga, su ciò che la linea chiude e esclude, isotopica a quanto la distesa cromatica cancella e rivela.

Angelo Stella, Una storia naturale, 1987

 

A differenza dei molti pittori, suoi compagni di strada e di poetica, che hanno trovato nel naturalismo moderno, o astratto, informale, ultimo, o come in altro modo si voglia definire, la loro più profonda espressione, pittori tutti, o quasi, che poco amano e poco praticano il disegno, Sandra Tenconi ha fatto invece del disegno una sua costante pratica, in preludio o in accompagnamento, spesso in autonomia, alla pratica pittorica. E nel disegno eccelle.

Conoscevo e apprezzavo, oltre i suoi quadri di natura, i prestigiosi, lirici pastelli e la lunga serie dei suoi disegni che davano, nel segno sempre così sensibile, delicato e intenso, grovigli, e come grumi, di rami, di radici, di fiori, di foglie. Ma questa serie di trentun autoritratti, disegni fatti nello stesso periodo di tempo, che sta entro l'anno 1991, su fogli uguali, e quasi tutti uguali di materia, mi ha molto impressionato; di colpo e improvvisamente; come improvvisamente, credo, sono stati creati. Lunghe pene, dolori e alla fine anche incontenibili disperazioni sono all'origine di questo drammatico sfogo, di questa violenza, di questo riversare in una immagine, come per volersene liberare e quasi vederle staccate da sé, quelle pene e dolori e disperazioni, e come per abolirle nella incandescenza sublimata dell'arte.

Il prodigio della serie è questo: che lo stesso volto è dato in trentun visi diversi. Una donna molto coraggiosa offre la propria immagine continuamente deformata, violentata, colta nella differenza di ogni moto derelitto dell'animo: senza paura di imbruttire, disegnando la piega amara della bocca, gli occhi ora malinconici, ora tristi, ora ribelli, ora spenti, ora imploranti, ora severi, ora lacrimosi, un velo d'ombra che troppo nasconde metà del viso, una luce che troppo lo brucia e a volte una delicata implorazione di donna, a volte quasi una durezza di uomo.

Senza pensarci, credo, Sandra Tenconi, ci dà con questo episodio qualcosa che deriva, lontano, dagli autoritratti incisi di Rembrandt, vicino, da quelli disegnati di Horst Janssen. E mi viene a proposito una domanda, che ho appena letto, di Jean Clair per la mostra che sta preparando alla Biennale: "Perché nell'arte contemporanea, da un secolo, dalla sua nascita ad oggi, questa ricerca incessante, ansiosa, disperata del volto nel viso umano?". Sandra Tenconi non ha fatto nessuna ricerca, non si è data nessun proposito, nessuna meta; ha solo disegnato trentun volte l'immagine del proprio viso, in un moto di disperazione e di fiducia insieme. Ne è nato un volto di umana e morale testimonianza, e un episodio di drammatica poesia.

Roberto Tassi, Sandra Tenconi. L'artista e il suo paesaggio, 1994

 

Come per Cézanne  al quale non si può fare a meno di pensare, specie per la serie di dipinti dedicati al Monte San Martino il ripetere gli stessi temi naturali, l'accanirsi su un dato soggetto, il ritornare negli stessi luoghi, il ricercare come un archeobotanico i medesimi frammenti vegetali è un modo per appropriarsi sempre più del dato visibile e di quello nascosto, per recuperare, variando il tempo e le angolazioni, il sapore profondo delle cose: uno scavo della terra, uno sporcarsi materialmente le mani con impasti cretosi per sentirsi in sintonia e riconoscersi fibra dell'universo. Ma nel disegnare i fiori, il roccolo e i prediletti carpini, nell'indagare ogni ascella dell'aggrovigliato regno naturale - secondo una felice espressione di Piero Chiara - la Tenconi ha via via recuperato il legame indissolubile tra forma vegetale e figura e, attraverso combinazioni degne di un antico lombardo quale l'Arcimboldo, ha sperimentato un metamorfismo originale: dalle radici, dai tronchi, dalle fungaie occhieggiano nasi, orecchie, arti di personaggi che popolano i boschi e siedono sulle rocce, colti con un segno grafico intrigante, di grande perizia tecnica.

Susanna Zatti, Paesaggi umani, 2007